Obbligazioni nel 2025: come leggere le cedole, duration e rischio emittente

Le obbligazioni non sono solo “quelle che pagano una cedola”. Sono un contratto con regole precise e, soprattutto, con conseguenze concrete quando le cose vanno bene e quando vanno storte. In questa guida le spogliamo di folklore e le riportiamo a ciò che contano davvero per un risparmiatore: che rendimento posso aspettarmi, quanta oscillazione devo sopportare, quali rischi sto prendendo e come metterle al lavoro in un portafoglio che deve reggere gli anni buoni e quelli scomodi.

Partiamo da un punto fermo: un’obbligazione è un prestito che fai a un emittente in cambio di interessi e della promessa di riavere indietro il capitale a scadenza. L’emittente può essere uno Stato, un’azienda, una banca, un’agenzia sovranazionale. Sembra semplice, ma nel mezzo si muovono quattro ingranaggi che decidono la tua esperienza d’investimento: la cedola, il rendimento a scadenza, la duration e il rischio di credito. Se impari a leggere questi quattro, gran parte delle domande “vale la pena?” trovano risposta.

La cedola è il flusso periodico che l’emittente ti paga, di solito semestrale o annuale. Non è il rendimento vero, è solo il ritmo della musica. Il rendimento vero è il rendimento a scadenza (Yield to Maturity): la sintesi di tutto, cioè il tasso che uguaglia il prezzo che paghi oggi con i flussi futuri che incasserai (cedole + rimborso del capitale). È la bussola per confrontare titoli diversi e per capire se il prezzo di mercato chiede pazienza o offre generosità. Una cedola alta su un titolo caro può nascondere un rendimento mediocre; una cedola bassa su un titolo acquistato sotto la pari può offrire, in realtà, un rendimento interessante. Finché non guardi lo YTM, stai giudicando un libro dalla copertina.

La duration è la seconda parola da mettere in tasca. Non è la durata “in anni” del titolo, ma una misura di sensibilità del prezzo ai movimenti dei tassi. Più la duration è alta, più il prezzo balla quando i tassi si muovono. È il motivo per cui un BTP con scadenza lontana può salire o scendere di molto in poche settimane se la curva dei rendimenti cambia inclinazione; ed è il motivo per cui un titolo a breve scadenza si muove poco e assomiglia più a un “parcheggio evoluto”. Capire la duration significa smettere di stupirsi quando un’obbligazione “si comporta da azione” nei mesi nervosi: non è diventata un’azione, sei tu che hai comprato molta duration.

Il terzo ingranaggio è il rischio di credito dell’emittente. Uno Stato con storia di pagamenti regolari e valuta propria è una cosa, una società corporate ciclica è un’altra, una banca con strumenti subordinati è un’altra ancora. Il mercato sintetizza questo rischio nello spread: quanto rendimento in più chiede rispetto al “tasso privo di rischio” per compensare la possibilità — piccola ma non nulla — che le cose non vadano secondo i piani. Più lo spread è alto, più rendimento potenziale ma anche più vulnerabilità in caso di peggioramento del ciclo o dell’emittente. Qui non esistono pasti gratis: quando un’obbligazione paga “troppo” rispetto alle vicine, sta chiedendo qualcosa in cambio.

Se guardiamo a come si forma il prezzo, entrano in scena due concetti spesso trascurati: clean price e dirty price. Il primo è il prezzo “pulito” del titolo; il secondo è il prezzo effettivamente pagato o incassato, che include la quota di cedola maturata dall’ultimo stacco. È un dettaglio operativo, ma al primo acquisto o alla prima vendita può sorprendere: non stai “pagando in più”, stai riconoscendo la cedola maturata al venditore, che aveva diritto a incassarla fino a quel giorno. Sapere che esistono questi due prezzi evita fraintendimenti e aiuta a leggere correttamente l’estratto conto.

La curva dei rendimenti è la mappa su cui rischi e duration si muovono. Quando la curva è ripida, i titoli a lunga scadenza “pagano” molto di più di quelli a breve; quando è piatta o invertita, la differenza si schiaccia o si capovolge. Per un risparmiatore, la curva decide due cose pratiche: quanto veniamo compensati per allungare le scadenze e quanta variabilità dobbiamo sopportare in cambio. Se l’extra-rendimento per andare molto lontano è sottile, può avere senso restare medio-brevi e lasciare che la parte azionaria del portafoglio faccia il mestiere della crescita. Se invece il premio è generoso e l’orizzonte è lungo, un po’ di duration in più può avere senso, a patto di tollerarne le oscillazioni nel frattempo.

Nella famiglia obbligazionaria ci sono titoli che proteggono, in vari gradi, dall’inflazione. Le obbligazioni indicizzate ai prezzi — i noti titoli indicizzati all’inflazione — regolano cedole e capitale in base a un indice dei prezzi al consumo. Non sono bacchette magiche: la protezione funziona meglio su archi temporali coerenti con la durata del titolo e la loro quotazione, nel breve, può muoversi anche in modo poco intuitivo per effetto dei tassi reali. Però hanno un ruolo chiaro: preservare potere d’acquisto in piani di lungo periodo e in portafogli che vogliono una componente “ancorata” al costo della vita.

Ci sono poi titoli con clausole che cambiano le regole del gioco: callable (l’emittente può rimborsare prima), perpetual (senza scadenza definita, tipici nel mondo bancario), subordinati (in coda nel caso di problemi), ibridi, covered. Il premio che offrono è il pagamento per accettare queste clausole. Il punto pratico è che, in certe fasi, un tasso nominale generoso può diventare un boomerang se la call viene esercitata quando i tassi scendono (ti ritrovi a reinvestire a rendimenti più bassi) o se l’emittente attraversa una fase difficile. Tutto ha senso, ma solo se sai cosa stai comprando e perché.

Un aspetto che spesso sorprende è la relazione tra obbligazioni e valute. Comprare un titolo emesso in una valuta diversa dalla tua aggiunge il rischio di cambio oltre al rischio tassi e al rischio emittente. In certi portafogli questo rischio è una diversificazione utile; in altri è solo un rumore che rende la parte “difensiva” meno difensiva. Se lo scopo delle obbligazioni nel tuo piano è stabilizzare e darti prevedibilità, ha senso limitare o coprire il rischio di cambio soprattutto sulla componente a breve e media scadenza. Se invece cerchi consapevolmente esposizione valutaria, che sia una scelta e non un effetto collaterale.

La liquidità è un’altra variabile reale. Un BTP o un grande titolo governativo si compra e si vende con spread contenuti; un’obbligazione corporate piccola può avere book sottili e spread ampi, cioè un costo occulto che incide sul rendimento effettivo. In tempi normali non si nota, in tempi tesi si paga. Anche per questo molti risparmiatori preferiscono usare fondi/ETF obbligazionari per diversificare il rischio emittente e ridurre l’impatto della singola illiquidità. Non è sempre la scelta migliore, ma spesso è la più pratica se non vuoi fare l’analista del credito a tempo pieno.

La tassazione, in Italia, è parte integrante della resa finale. Gli interessi e le plusvalenze della maggior parte delle obbligazioni private scontano l’imposta sostitutiva ordinaria; i Titoli di Stato italiani e una serie di titoli equiparati godono di un’aliquota agevolata. Non è un invito a costruire il portafoglio solo intorno al fisco, ma ignorarlo è ingenuo: una stessa cedola lorda ha impatti netti diversi a seconda della natura del titolo. Sul dossier titoli, inoltre, incide l’imposta di bollo patrimoniale calcolata sul valore medio: decimali che nel lungo periodo diventano cifre. La regola pratica è semplice: cerca il rendimento netto a scadenza nella tua situazione reale e non innamorarti di numeri “al lordo”.

Reinvestimento e scadenza sono un binomio sottovalutato. Le cedole che incassi andranno reinvestite e lo farai a tassi che non conosci oggi: se i tassi scendono, reinvestirai a meno; se salgono, a di più. Questa è una delle ragioni per cui il rendimento a scadenza è un faro ma non una profezia: è vero se la vita scorre secondo un copione medio. Per gestire questo rischio, molti costruiscono un “ladder”, una scala di scadenze scaglionate lungo gli anni. Ogni gradino che arriva a scadenza libera capitale da reinvestire alle condizioni del momento, riducendo la dipendenza da un unico tasso e livellando l’esperienza nel tempo.

La domanda più concreta resta sempre la stessa: come usare, in pratica, le obbligazioni nel portafoglio? Se l’azionario è il motore della crescita reale, l’obbligazionario è il sistema di sospensioni: assorbe le buche della strada e rende il viaggio sopportabile. Non lo giudicare solo dal rendimento assoluto dell’ultimo trimestre; giudicalo da quanto migliora la vivibilità del portafoglio nelle fasi difficili. In certi periodi sarà brillante, in altri sarà l’amico silenzioso che non fa notizia ma ti permette di non vendere nel panico la parte più volatile.

Un errore comune è sovrastimare il potere “salvifico” delle obbligazioni e sottostimare i loro difetti. Possono perdere in fretta quando i tassi salgono, soprattutto se molto lunghe; possono deludere quando un emittente corporate avanza con fatica; possono farti credere di essere “protetto” quando in realtà hai comprato rischi stratificati (duration alta + emittente debole + valuta esotica). Al contrario, un uso sobrio — qualità di credito elevata per la parte difensiva, scadenze coerenti con i tuoi orizzonti, rischio valutario sotto controllo — è spesso più efficace di qualsiasi alchimia.

La scelta tra singoli titoli e fondi/ETF è più una questione di organizzazione che di ideologia. Comprare singole obbligazioni ti dà un calendario di cedole e scadenze chiaro e la possibilità di “tenere fino a rimborso”, ma richiede tempo, analisi e buon accesso alla liquidità. Un fondo o un ETF obbligazionario ti consegna la diversificazione in una riga, ma non ha una scadenza naturale: il “prezzo” si muove nel tempo in base a tassi e spread. La soluzione migliore è quella che riesci a gestire con serenità: se l’ansia di vedere il NAV muoversi ti rovina il sonno, forse preferisci i titoli singoli; se non vuoi occuparti di dieci emittenti diversi, forse preferisci un contenitore efficiente.

Ci sono momenti del ciclo in cui la parte obbligazionaria torna improvvisamente attraente, soprattutto dopo anni in cui è stata trascurata. In queste fasi è facile passare da un estremo all’altro: prima “non servono”, poi “mettiamo tutto in obbligazioni”. Il buon senso sta nel mezzo: rafforzare la componente difensiva quando i rendimenti offerti tornano interessanti ha logica, ma ricordando il ruolo nel quadro complessivo. L’obbligazionario non deve essere una moda contraria all’azionario; è una componente di sistema. Se lo tratti così, smette di deluderti quando non brilla e ti ripaga quando conta.

C’è poi la questione pratica dei costi e degli spread. Su strumenti molto liquidi i costi espliciti sono visibili e gestibili; su segmenti più di nicchia il costo reale è nello spread denaro/lettera e nell’impatto di ogni esecuzione. Una strategia disciplinata — pochi movimenti, importi coerenti, orari in cui i mercati sono più profondi — riduce il pedaggio invisibile. E, di nuovo, scegliere semplicità aiuta: meno clausole esotiche, meno promesse di rendimento “facile”, più comprensibilità al primo sguardo.

Alla fine, le obbligazioni premiamo il carattere di chi le usa con metodo. Non chiedono genialità, chiedono coerenza: sapere perché le stai usando, accettare che hanno difetti oltre ai pregi, calibrare durata e qualità del credito sul tuo orizzonte, e non inseguire il rendimento della settimana. Se farai questo, vedrai che il loro valore non sta tanto nelle cedole che fanno rumore, quanto nel silenzio che regalano agli altri pezzi del portafoglio quando la strada si fa dissestata.

Nota: questo articolo ha finalità informative generali e non sostituisce la consulenza finanziaria personalizzata. Valuta sempre obiettivi, orizzonte temporale, profilo di rischio e aspetti fiscali prima di acquistare strumenti obbligazionari.

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