Un cambio di paradigma: da “valuta virtuale” ad “attività finanziaria digitale”
Per lungo tempo le criptovalute sono state considerate un’area grigia del sistema fiscale. L’Agenzia delle Entrate le classificava come “valute estere”, mentre molti professionisti contestavano questa visione, ritenendo più appropriato trattarle come strumenti finanziari o beni digitali. Dal 2023 in poi, la normativa si è evoluta con un principio nuovo, confermato e perfezionato nel 2025: le crypto sono a tutti gli effetti attività finanziarie digitali, soggette a tassazione sulle plusvalenze realizzate, con regole simili a quelle di azioni e fondi.
Ciò significa che non è più necessario interpretare in modo analogico: oggi la legge prevede un trattamento specifico, con soglie, aliquote e obblighi di monitoraggio ben definiti. Un passo avanti importante per la certezza del diritto, anche se restano alcune aree da chiarire, come la gestione delle perdite e le modalità di compensazione.
Quando si paga: il concetto di plusvalenza realizzata
Il principio di base è semplice: la tassazione si applica solo quando si realizza un guadagno effettivo, cioè quando si converte una criptovaluta in euro (o altra valuta fiat), oppure quando si usa la crypto per acquistare beni o servizi. Finché le monete restano detenute nel wallet, non si paga nulla: si parla infatti di “plusvalenza potenziale”.
Esempio: se compri 1 Bitcoin a 30.000 euro e lo rivendi a 45.000, hai generato una plusvalenza di 15.000 euro. Su quella differenza, al netto di eventuali costi di acquisto, si applica l’imposta del 26%, la stessa che vale per i guadagni da strumenti finanziari.
Il calcolo si effettua su base analitica: ogni volta che si vende una parte di crypto, si confronta il valore di realizzo con quello di acquisto (metodo LIFO – “first in, first out”). Nel caso di transazioni frequenti, è fondamentale mantenere uno storico preciso delle operazioni, con date, quantità, controvalori e commissioni.
Non solo vendite: anche scambi e pagamenti possono generare imposta
Una delle novità introdotte dalla legge è che lo scambio tra criptovalute diverse può essere considerato evento fiscalmente rilevante, se il controvalore è espresso in valuta fiat. In pratica, convertire Ethereum in Bitcoin può comportare il realizzo di una plusvalenza, anche se non si passa per l’euro, se il valore al momento dello scambio è superiore a quello d’acquisto originario.
Allo stesso modo, utilizzare crypto per pagare un bene o un servizio equivale a una cessione: se il prezzo del token è salito rispetto a quando lo avevi acquistato, quella differenza genera tassazione.
La soglia di esenzione: quando non si paga nulla
Una delle regole più discusse riguarda la soglia minima sotto la quale non si paga imposta. Fino al 2022 valeva il limite dei “51.645,69 euro” mantenuti per almeno sette giorni lavorativi consecutivi, ereditato dalla normativa sulle valute estere. Con la riforma, quel criterio è stato superato.
Dal 2023 – e confermato per il 2025 – la soglia di esenzione per le plusvalenze crypto è fissata a 2.000 euro annui. Significa che se i tuoi guadagni totali nell’anno non superano questa cifra, non devi pagare imposte né dichiarare nulla. Superata la soglia, invece, si paga il 26% sulla parte eccedente.
Attenzione però: la soglia riguarda le plusvalenze complessive, non il controvalore del portafoglio. Puoi avere 100.000 euro in crypto senza pagare nulla, se non vendi o se le tue plusvalenze annuali restano sotto i 2.000 euro.
Il Quadro RW: obbligo di monitoraggio fiscale
Oltre alla tassazione sulle plusvalenze, esiste un altro obbligo spesso ignorato: il monitoraggio fiscale delle attività estere. Le crypto, anche se conservate su exchange italiani, vengono considerate “attività estere detenute a fini di investimento”. Questo significa che vanno indicate nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi, anche se non producono reddito.
In pratica, il Quadro RW serve solo a comunicare all’Agenzia delle Entrate l’esistenza del possesso, non a pagare tasse. Non dichiarare, invece, può comportare sanzioni dal 3% al 15% del valore non dichiarato (fino al 30% se detenuto in paradisi fiscali).
L’obbligo vale per chi detiene crypto su wallet personali o su piattaforme estere. Se invece utilizzi un intermediario residente (per esempio un exchange con sede fiscale in Italia), l’onere di segnalazione ricade sull’intermediario stesso.
Come si compila il Quadro RW nel 2025
Nel modello Redditi 2025 (anno d’imposta 2024) le istruzioni restano simili: – nella colonna 3 si inserisce il codice 14 (attività estere di natura finanziaria); – nelle colonne successive si indicano il valore iniziale e quello finale (a fine anno), calcolati in euro; – il tasso di cambio da utilizzare è quello ufficiale alla data del 31 dicembre; – nella colonna 20 si barra la casella “flag” se l’attività non ha prodotto redditi imponibili.
È consigliabile conservare estratti conto, ricevute di acquisto e documentazione di valore al 31 dicembre, in modo da poter giustificare le cifre in caso di controlli.
Imposta di bollo e IVAFE
Una delle domande più frequenti riguarda l’imposta di bollo o l’IVAFE (Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie all’Estero). La buona notizia è che, per ora, le criptovalute non sono soggette a imposta di bollo, a meno che non vengano detenute tramite conti o prodotti finanziari tradizionali. Quindi, chi tiene le crypto in un wallet o su un exchange non paga la “mini tassa” dello 0,2% annuo tipica dei conti titoli.
Questo aspetto potrebbe però cambiare in futuro: alcune proposte di riforma prevedono di uniformare il trattamento tra strumenti finanziari classici e asset digitali. Conviene quindi restare aggiornati, perché un semplice emendamento potrebbe introdurre nuovi obblighi.
Le perdite: si possono compensare?
Altro tema molto discusso è quello delle minusvalenze. Dal 2023 è possibile compensare le perdite derivanti da operazioni in crypto con le plusvalenze ottenute nello stesso anno o nei successivi, purché dello stesso tipo. Significa che se in un anno perdi 1.000 euro e l’anno successivo guadagni 1.500, pagherai il 26% solo sui 500 euro netti.
La compensazione può essere effettuata entro il quarto anno successivo, quindi fino al 2029 per le perdite 2025. È importante però registrare correttamente i valori di carico e scarico, per evitare contestazioni.
Come tenere traccia delle operazioni
Chi opera in modo frequente dovrebbe usare un software di portfolio tracking o di fiscalità automatizzata. Programmi come CoinTracking, Waltio o Accointing permettono di importare transazioni da exchange e wallet, generando report fiscali in formato compatibile con la dichiarazione italiana. Anche un foglio Excel accurato può bastare, purché contenga data, valore in euro, commissioni e controvalore a fine anno.
Nuove regole 2025: chiarezza e controlli
Le novità introdotte nel 2025 puntano a rendere più trasparente l’intero sistema. L’Agenzia delle Entrate ha potenziato i controlli incrociati con le piattaforme di scambio, anche grazie agli accordi internazionali sulla condivisione di dati fiscali (DAC8). Questo significa che le operazioni crypto non sono più “invisibili” come un tempo: gli exchange comunicano regolarmente movimenti, saldi e anagrafiche dei clienti.
Chi non dichiara rischia sanzioni salate, non tanto per evasione d’imposta, ma per omessa comunicazione. È quindi molto più conveniente dichiarare correttamente, anche in assenza di guadagni rilevanti.
Regolarizzazione del passato
Chi non ha dichiarato in anni precedenti può ancora regolarizzare la posizione versando un’imposta sostitutiva del 3,5% sulle plusvalenze maturate, più lo 0,5% a titolo di sanzione. È una sorta di “pace fiscale” introdotta per incentivare la compliance spontanea. La finestra per aderire resta aperta fino a fine 2025.
Consigli pratici per non sbagliare
1. Conserva sempre la documentazione: estratti conto, transazioni, bonifici e ricevute di acquisto. Servono per ricostruire i valori d’ingresso. 2. Annota il valore in euro al momento di ogni operazione: la tassazione si calcola sul controvalore in valuta nazionale. 3. Monitora la soglia di esenzione: se prevedi di superare i 2.000 euro di guadagni, prepara in anticipo il calcolo. 4. Segnala le crypto nel Quadro RW anche se non producono reddito. È solo monitoraggio, ma evita multe. 5. Usa strumenti di calcolo automatico o rivolgiti a un commercialista esperto in materia. Le regole sono recenti e non tutti i professionisti le conoscono bene.
Esempio numerico completo
Immaginiamo un investitore che nel 2024 abbia acquistato 1 Bitcoin a 28.000 euro. Nel 2025 decide di venderlo a 42.000 euro. Il guadagno è di 14.000 euro. Poiché supera la soglia di 2.000 euro, si applica il 26% di imposta solo sulla parte eccedente: 14.000 – 2.000 = 12.000 euro imponibili. L’imposta sarà quindi 12.000 × 26% = 3.120 euro. Se avesse anche registrato una perdita di 1.000 euro su un’altra operazione, la plusvalenza netta sarebbe 11.000 e l’imposta 2.860 euro.
Crypto e conti esteri: attenzione al dettaglio
Se utilizzi un exchange con sede fuori dall’Unione Europea, la segnalazione nel Quadro RW è ancora più importante. In caso di controlli, l’Agenzia può chiedere prove sull’effettiva residenza fiscale della piattaforma e sulla titolarità dei wallet. Anche gli exchange decentralizzati, pur non avendo sede, possono rientrare nell’obbligo se l’utente opera in autonomia fuori dal circuito bancario italiano.
E gli ETF crypto?
Gli ETF su Bitcoin ed Ethereum – trattati nell’articolo precedente – seguono invece regole fiscali tradizionali: sono assimilati a strumenti finanziari regolamentati, tassati automaticamente dal broker con la ritenuta del 26%. Nessun Quadro RW, nessun monitoraggio estero. Questo è uno dei motivi per cui gli ETF risultano più comodi dal punto di vista amministrativo, anche se rinunciano al controllo diretto sui token.
Conclusione: trasparenza, consapevolezza e metodo
La tassazione sulle criptovalute nel 2025 è finalmente chiara. Non è perfetta, ma offre un quadro stabile e prevedibile. Pagare le imposte non significa “punire” chi investe in innovazione, ma normalizzare un settore che cresce rapidamente e che ora è parte integrante dei mercati finanziari.
Chi vuole gestire le proprie crypto in modo serio deve adottare un metodo: registrare, monitorare, dichiarare. Con la giusta organizzazione, la fiscalità diventa solo un passaggio tecnico, non un ostacolo. E la tranquillità di essere in regola vale molto più di qualche punto percentuale di guadagno.
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